Ripristinato al primo giorno di ciascun mese il pagamento dei trattamenti pensionistici

L’art. 3 c. 3 del D.L. 244/2016 (cd. Milleproroghe) pubblicato sulla G.U. n. 304 del 30/12/2016 ha modificato l’art. 1 c. 302 della L. 190/2014 riportando per l’anno 2017 il pagamento dei trattamenti pensionistici al 1° giorno di ciascun mese anziché al 2° giorno bancabile di ciascun mese così come previsto prima della modifica normativa (art. 1 c. 302 L. 190/2014 modificato dall’art. 6 del D.L. 65/2015 conv. L. 109/2015).

Resta fuori dalla modifica normativa solo la mensilità di gennaio, il cui pagamento resta fissato al giorno 03/01/2017.

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Nebbia ancora fitta in tema di rottamazione dei ruoli

È sempre così. Quando i provvedimenti importanti vengono emanati con decreti legge, i danni rischiano di essere maggiori dei benefici. L’obiettivo, o come in questo caso gli obiettivi – togliere dai tavoli dei Giudici tante liti e prepararsi alla scomparsa di Equitalia – vengono travolti.

Perché un provvedimento avente forza di legge deve essere chiaro; ed a monte, chi lo scrive deve sapere di cosa sta parlando.

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Entrano in vigore le nuove date di pagamento dei trattamenti pensionistici

L’art. 6 del D.L. 65/2015 conv. L. 109/2015 stabilisce che a decorrere dal 2017 i pagamenti relativi a trattamenti pensionistici, assegni, pensioni e indennità di accompagamento erogate agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie INAIL, saranno effettuati da poste e banche il secondo giorno bancabile di ciascun mese. Ciò significa che per la mensilità di gennaio 2017 la riscossione da parte dei pensionati non potrà avvenire il giorno 02/01 bensì il giorno 03/01, vale a dire il secondo giorno bancabile, e così via per ciascun mese dell’anno 2017 e per i successivi.

Anche l’usufruttuario può detrarre gli interessi passivi sul mutuo ipotecario

La Corte di Cassazione con la Sent. 22191/2016 ha fornito un’interessante interpretazione dell’art. 15 c. 1 lett. b) del TUIR affermando che anche l’usufruttuario può fruire della detrazione degli interessi passivi sul mutuo da egli stipulato poiché l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale indicato nella norma dev’essere in grado di soddisfare l’esigenza dell’uomo all’abitazione indipendentemente dalla tipologia di diritto reale con il quale il contribuente possiede l’immobile.

La vicenda processuale vede protagonista un contribuente la cui convivente aveva acquisito la nuda proprietà di un immobile costituendo a favore del contribuente un diritto di usufrutto vitalizio; quest’ultimo pertanto aveva acceso un mutuo ipotecario e proceduto a detrarre gli interessi passivi. Con riferimento alla dichiarazione dei redditi relativa all’anno d’imposta 2002 l’Agenzia delle Entrate contesta la detrazione degli interessi passivi procedendo ad iscrivere a ruolo il relativo importo. Il contribuente propone ricorso avverso la cartella di pagamento ottenendo l’annullamento dell’atto in CTP cosicché l’Agenzia delle Entrate ricorre in appello e la CTR riforma la sentenza di primo grado affermando che il titolare di un diritto di usufrutto non può godere della detrazione degli interessi passivi sul mutuo ipotecario poiché il beneficio fiscale spetterebbe solo al titolare del diritto di proprietà.

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Il contribuente non beneficia della sospensione dei termini se presenta istanza di accertamento con adesione alla quale non consegue alcuna volontà di collaborazione con l’Ufficio

La CTP di Caltanissetta con la Sent. n. 1023/1/2016 (Pres. D’Agostini, Rel. Porracciolo) ha stabilito che non può fruire della sospensione dei termini ex art. 6 c. 3 Dlgs 218/97 il contribuente che presenta istanza di accertamento con adesione in seguito alla quale né si presenta all’incontro con i funzionari né tantomeno presenta una proposta scritta di definizione.

La vicenda trae origine dal ricorso presentato da una società di capitali alla quale l’Agenzia delle Entrate aveva notificato un avviso di accertamento ai fini IRES e IRAP per l’anno 2012 mediante il quale l’Ufficio, richiamando un pvc redatto dalla Guardia di Finanza, recuperava a tassazione, tra l’altro, costi relativi a operazioni inesistenti.

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Definizione agevolata cartelle esattoriali

Lo studio fornisce apposito servizio di consulenza riguardante la definizione agevolata delle cartelle esattoriali introdotta dall’art. 6 del D.L. 193/2016, tenuto conto altresì delle modifiche apportate in sede di conversione in legge (ad es. modifica termine di presentazione del mod. DA1, allungamento numero rate, estensione agli atti “non Equitalia”, ecc.).

Tutti i contribuenti interessati alla definizione agevolata possono prendere contatti con lo studio e richiedere un appuntamento per ottenere informazioni in merito.

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La cartella di pagamento emessa durante la sospensione giudiziale viola l’art. 650 c.p.

La CTP di Parma, con la sentenza n. 555/1/2016 del 04/07/2016 (Presidente Cavani, relatore Volpi) ha stabilito che la cartella di pagamento emessa in vigenza della sospensione giudiziale ex art. 47 Dlgs 546/92 non solo viola la legge ma configura anche il reato di cui all’art. 650 c.p., vale a dire il reato di inottemperanza all’ordine dell’autorità.

La vicenda processuale trae origine dalla revoca da parte dell’Agenzia delle Entrate a due contribuenti delle agevolazioni “prima casa” e di quelle sul mutuo contratto a tal fine. I contribuenti impugnano l’atto chiedendo alla CTP adita la sospensione giudiziale degli effetti ex art. 47 Dlgs 546/92. La CTP dispone la sospensione, senza ulteriori prescrizioni. Nonostante ciò, però, i contribuenti ricevono la cartella di pagamento per iscrizione a ruolo di quanto dovuto a titolo provvisorio, maggiorato della sanzione del 30% per omesso versamento.

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Nel rito tributario vietate le notifiche via pec

Esclusa nel processo tributario la possibilità per l’avvocato di notificare atti all’Agenzia a mezzo Pec. Ad affermarlo è la Ctr di Bologna, con la sentenza 2065/01/15 del 21 ottobre 2015 (presidente Lamberti, relatore Trerè).
Un contribuente presentava ricorso innanzi la Ctp avverso un diniego di rimborso Irpef, trattenuta sulla pensione privilegiata per infermità dipendente da causa di servizio. La Ctp accoglieva il ricorso, ritenendo che le pensioni privilegiate fossero equiparabili a quelle di guerra, e dunque esenti dal pagamento dell’imposta.
L’Agenzia proponeva appello ed il contribuente, costituendosi in giudizio, eccepiva preliminarmente l’inammissibilità per decadenza dei termini di impugnazione.
La sentenza della Ctp era stata, infatti, notificata dal difensore all’ufficio a mezzo Pec in data 20 novembre 2014; l’appello a sua volta era stato notificato dall’Agenzia in data 26 gennaio 2015. Era, dunque, spirato il termine breve previsto dalla legge (60 giorni) per proporre impugnazione.
La Ctr di Bologna ha accolto l’appello dell’Agenzia, rigettando la preliminare eccezione di inammissibilità.
Il collegio ha ritenuto che la notifica della sentenza all’ufficio era da ritenersi illegittima poiché effettuata a mezzo Pec, strumento non contemplato per le notifiche nel processo tributario. In particolare, il difensore aveva utilizzato la notificazione riservata agli avvocati dalla legge 53/1994, secondo la quale al legale, munito di apposita autorizzazione del consiglio dell’Ordine, è consentito di notificare atti in materia civile, amministrativa e stragiudiziale non solo tramite il servizio postale, ma anche a mezzo Pec.
Tuttavia, dal tenore testuale della norma, tale procedura di notifica non è applicabile al processo tributario.
I giudici bolognesi hanno richiamato, a sostegno della loro tesi, una sentenza della Ctr di Benevento (n. 395/2013) la quale aveva affermato che nel rito tributario sono previste attualmente solo le notifiche di atti di cancelleria via Pec, mentre non esiste nessun decreto ministeriale che consente l’utilizzo della posta elettronica per gli atti di parte.
La Cassazione, sul punto, con l’ordinanza 6811/2011, aveva precisato che in tema di contenzioso tributario la notifica a mezzo posta equivale in tutto e per tutto a quella effettuata con ufficiale giudiziario. Tuttavia, tale pronuncia si riferiva esclusivamente alle raccomandate a/r e non alle missive tramite Pec, introdotte solo nel 2013.
Peraltro, eventuali dubbi in proposito, sono stati in ogni caso risolti con l’articolo 46, comma 2, del Dl 90/2014 il quale, in estrema sintesi, dispone che le norme tecniche previste per il processo civile telematico non possono applicarsi al processo amministrativo, nel quale va ricompreso anche quello tributario. Per quest’ultimo, infatti, l’uso della telematica è consentito con regole tecniche ad hoc, la cui attuazione dipende dall’emanazione di appositi decreti ministeriali.
Respinta l’eccezione preliminare, la Ctr nel merito ha affermato che le pensioni privilegiate non possono considerarsi equiparate a quelle di guerra e, dunque, non sono esenti da Irpef.
Da qui l’accoglimento integrale del ricorso del fisco.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Per la Cassazione il contraddittorio preventivo non è obbligatorio

Sta facendo discutere in questi giorni la Sentenza n. 24823/2015 della Corte di Cassazione, resa a SS.UU., nella quale viene stabilito che non esiste nel nostro ordinamento un obbligo generalizzato di attivazione del contraddittorio prima dell’emissione dell’atto da parte dell’ufficio, salvo non sia previsto per legge. Trattasi infatti di un principio di derivazione comunitaria, applicabile pertanto solo ai tributi armonizzati (Iva, dogane e accise, principalmente). In tal caso, però, affinché operi la sanzione di nullità del provvedimento, il contribuente, in giudizio, deve assolvere all’onere “…di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere, qualora il contraddittorio fosse stato tempestivamente attivato, e che l’opposizione di dette ragioni (valutate con riferimento al momento del mancato contraddittorio), si riveli non puramente pretestuosa e tale da configurare, in relazione al canone generale di correttezza e buona fede ed al principio di lealtà processuale, sviamento dello strumento difensivo rispetto alla finalità di corretta tutela dell’interesse sostanziale, per le quali è stato predisposto. …”. Inoltre la garanzia dell’art. 12 c. 7 della L. 212/2000 è riferita solo alle ipotesi di provvedimenti conseguenti a verifiche eseguite presso la sede del contribuente poiché l’accesso presso quest’ultimo, afferma la Suprema Corte, é caratterizzato “dall’autoritativa intromissione dell’Amministrazione nei luoghi di pertinenza del contribuente alla ricerca, quivi, di elementi valutativi a lui sfavorevoli: peculiarità che specificamente giustifica, quale controbilanciamento, il contraddittorio al fine di correggere, adeguare e chiarire, nell’interesse del contribuente e della stessa Amministrazione, gli elementi acquisiti presso i locali aziendali.”

Tale sentenza costituisce senza ombra di dubbio un revirement rispetto alla precedente giurisprudenza della stessa Corte sul punto (Sent. 18184/2013, 19667/2014, Ord. 527/2015) e si pone altresì in contrasto con i principi sanciti dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 132/2015.

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Il fisco non può negare l’autotutela se l’errore dell’ufficio è macroscopico e significativo

Con la Sentenza n. 840/01/2015 del 25/06/2015 la CTP di Campobasso ha stabilito che l’ufficio non può negare l’esercizio dell’autotutela in presenza di “significativo errore”.

La vicenda processuale vede protagonista un contribuente al quale venivano notificati due avvisi di accertamento relativi agli anni di imposta 2005 e 2006 con i quali l’ufficio accertava maggiori redditi determinati sulla base di incrementi patrimoniali (art. 38 DPR 600/73). Il contribuente presentava istanza di accertamento con adesione per entrambi gli avvisi ricevuti e al termine della procedura sottoscriveva per ciascun anno di imposta gli atti di accertamento con adesione provvedendo al versamento di quanto concordato. Successivamente al contribuente veniva notificato ulteriore avviso relativo all’anno 2007 e in tale occasione si accorgeva che nei precedenti avvisi di accertamento era stato commesso un “rilevante” errore materiale: “per l’autovettura a benzina immatricolata nel 2005 era stata erronemanete digitata l’indicazione di 320 cavalli fiscali in luogo di 23 cavalli fiscali”, ragion per cui il maggior reddito accertato dall’ufficio era da considerarsi errato e, cosa ancor più rilevante, il contribuente aveva provveduto ad effettuare maggiori versamenti per circa 40.000 euro, indebitamente percepiti dall’Amministrazione Finanziaria.

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